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Elmo Montefortino
La cronologia degli elmi Montefortino 1030 1027 Corrado Re

La cronologia degli elmi Montefortino

L’elmo Montefortino è un caso piuttosto unico tra gli armamenti del mondo antico, italico e non solo. Una longevità veramente notevole, di parecchi secoli, una genesi complessa, con parentele ramificate. È naturale quindi che si presenti anche in modo mutevole e non facilmente identificabile.

I diversi tentativi di classificazione degli studiosi – da F. Coarelli a H.R. Robinson e J. M. Paddock, da M. Princ a M. Junkelmann, citando soltanto i principali- non hanno ancora portato ad una classificazione unanimemente condivisa e utilizzata dai più.

Ciò è senz’altro legato a difficoltà oggettive nel definire cosa è un elmo Montefortino e cosa non lo è, cosa non lo è ancora e cosa non lo è più; tanto da suggerire, negli studi specialistici, il ricorso a termini diversi applicabili a categorie più definite.

Certamente negli studi più recenti si sono evidenziate alcune delle cause delle difficoltà di classificazione: una di queste è senz’altro l’uso molto generico del termine Montefortino, che per molto tempo ha accomunato due tradizioni tecnologiche molto differenti, vale a dire quella celto-italica o celto-etrusca e quella etrusco-italica, in seguito etrusco-romana.

Le differenze tecniche di fabbricazione costituiscono il principale motivo distintivo delle due tradizioni: senza entrare nel dettaglio, la principale differenza sta nella realizzazione quasi esclusivamente in ferro, bottone apicale applicato e paranuca leggermente sporgente verso il basso per la produzione a matrice celtica, realizzazione esclusivamente in bronzo con bottone apicale solidale alla calotta e bordo inferiore del paranuca orizzontale, per la produzione etrusco-italica-romana.

In questa occasione non ci occuperemo del repertorio di origine celtica.

Un secondo motivo di confusione è stato generato dall’utilizzo del termine Montefortino per definire elmi tipologicamente distinti, ossia l’elmo a bottone (l’elmo Montefortino etrusco-italico propriamente detto) e i tipi Buggenum, Haguenau e Weisenau di produzione romana più recente. In questo modo la denominazione “Montefortino” ha identificato nel corso del tempo, genericamente, una vasta classe di elmi della quale non era più possibile tracciare confini netti.

Limitandosi quindi alla sola produzione etrusco-italica, l’argomento rimane piuttosto complesso: alcune caratteristiche permangono per molto tempo, oppure possono coesistere su elmi diversi nello stesso periodo. La grande quantità di reperti (almeno 150 elmi attualmente noti), paradossalmente non rende la sua definizione più semplice.

Nel nostro caso vogliamo cercare di utilizzare però alcune di queste classificazioni principalmente allo scopo di definire il più appropriato utilizzo delle riproduzioni di elmo Montefortino in ambito rievocativo.

La base principale per inquadrare cronologicamente gli elmi in questione è senz’altro il lavoro di J.M.Paddock, in quanto illustrando  e classificando la totalità degli esemplari noti all’epoca,  permette, più che la valutazione di aderenza ad una categoria astratta, il confronto puntuale con  i reperti a cui più si avvicinano le riproduzioni esaminate. Utilizzando poi le datazioni riportate, è possibile contestualizzare cronologicamente le stesse.

Vediamo quindi di inserire in un intervallo cronologico, almeno indicativo, gli elmi Montefortino che possiamo utilizzare in ambito rievocativo.

Naturalmente sempre tenendo conto che, considerate le indicazioni di massima per la datazione, la presenza un oggetto più antico è possibile mentre uno più recente è assolutamente fuori luogo.

 

EL039BZY (bronzo).

Tipo II (Paddock)  –  Tipo C (Coarelli)  – Variante Canosa (Junkelmann).

Ultimo quarto del IV sec. a.C.- terzo quarto del III sec. a.C. (325 a.C. – 225 a.C. dalla Seconda Guerra Sannitica alla Battaglia di Talamone).

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ELH113Y (ottone), ELH113BY (bronzo).

Tipo VI (Paddock), Variante Cremona (Junkelman), Tipo D (Coarelli);

Questo elmo rientra sostanzialmente, per la forma generale, per la decorazione e soprattutto per la forma delle paragnatidi (tipica di questo tipo), nel tipo VI di Paddock, caratterizzato da una calotta con forma tendente alla conicità (meno bulbosa) e alta, più voluminosa dei tipi precedenti; e da un paranuca piatto e piuttosto pronunciato.

I confronti più stretti sono con i reperti 82, 93.

La nostra riproduzione ne differisce tuttavia per il sistema di aggancio del sottogola e per la forma del bottone apicale.  Il sistema di aggancio è, infatti, in questo tipo sempre costituito da un “perno a fungo, quando conservato, anziché da un “gancio con testa ingrossata”.   Il bottone apicale a sua volta, quando conservato, è sempre di forma tronco conica anziché semisferica o bulbosa.

Possiamo quindi considerarlo un tipo VI con caratteristiche secondarie delle tipologie più antiche.

Il tipo VI è collocato tra il III ed il II sec. a.C.: le datazioni dei reperti spaziano tra il 300 a.C. ed il 100 a.C.

In particolare l’esemplare n° 82 è datato tra il 300 ed il 280 a.C., mentre il n° 93 tra il 275 ed il 200 a.C.

In conclusione, quindi, questa riproduzione è utilizzabile principalmente per le ultime decadi del IV secolo (tenendo conto dell’arcaicità di alcune sue caratteristiche) fino a tutto il III sec. a. C.: in pratica dalla Seconda Guerra Sannitica alla fine della seconda Guerra Punica, ma può essere utilizzato anche per tutto il II secolo a.C.  cioè fino all'”epopea” di Gaio Mario.

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ELH039CDYB (ottone), EL039CDYZ (bronzo).

Tipo VI (Paddock), Variante Cremona (Junkelmann), Tipo D (Coarelli).

Metà del III sec. a.C. – inizio II sec. a.C. (250 – 190 a.C. dalla Prima Guerra Punica alla guerra romano-seleucide).

Realizzato su progetto originale Res Bellica in collaborazione con Gioal Canestrelli, si basa principalmente sull’elmo da Riola-San Vero Milis, (Oristano) e su altri esemplari coevi.

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EL6050D  (ottone).

Tipo VII (Paddock), Variante Rieti (Junkelmann).

Ultimo terzo del III sec. – metà del II a.C. (230 -150 a.C., dalle guerre contro i Galli Cisalpini alla terza Guerra Punica).

Questo elmo presenta alcune caratteristiche comuni tra diverse tipologie, di diverse fasi cronologiche dell’evoluzione dell’elmo Montefortino. La paragnatidi con questa forma, ad esempio, sono comuni al tipo I, II, III e VII. Anche la forma della calotta e il bottone apicale sono comuni in elmi delle prime fasi così come in quelle più tarde. Tuttavia per la forma del paranuca, piuttosto pronunciato e piatto, è da attribuire ad una delle varianti finali. In particolare la somiglianza è accentuata all’esemplare 103 (datato alla fine del III sec. a.C., 230 -200 ca, da Cremona) per forma e bottone apicale; e con il 107 (dalla Spagna, II sec. a.C.) per forma generale e delle paragnatidi.

In generale il Tipo VII presenta una decorazione semplificata, che dalla metà del II sec. a.C. tende a sparire completamente.

Possiamo quindi inserire questa riproduzione in un lasso cronologico che va dall’ultimo terzo del III secolo a metà del II a.C. con una possibile utilizzo fino al terzo quarto del II secolo a.C. All’incirca il periodo tra la Battaglia di Talamone e la fine della terza Guerra Punica.

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Una volta considerate queste indicazioni di massima per la datazione  e l’utilizzo all’interno di contesti storici definiti, possiamo ribadire il concetto che un oggetto più antico è possibile mentre uno più recente è assolutamente fuori luogo, con un caso reale ancorché probabilmente eccezionale: al Museo Gregoriano Etrusco Vaticano, col numero di inventario 12318, è conservato un elmo che mostra senza dubbio le caratteristiche ad una delle tipologie più antiche, la III di Paddock, databile al IV-II sec. a.C.  presenta una iscrizione incisa sul paranuca “Aurelius Victorinus MIL COH XII URB” che necessariamente lo colloca in un’epoca posteriore al 27 a.C., data di costituzione delle Coorti Urbane da parte di Augusto. Che fosse un “cimelio” (di certo non impossibile e non caso unico di longevità di un pezzo d’armamento bronzeo), un fondo di magazzino, un ricercato e intenzionale richiamo all’antico, sull’onda del recupero degli antichi valori promosso dalla politica Augustea, ci ricorda quanto queste classificazioni cronologiche siano spesso indicative.

“Ben protetto e splendente nelle sue armi”: cura e ricchezza dell’armamento nell’esercito romano. 640 960 Mattia Caprioli

“Ben protetto e splendente nelle sue armi”: cura e ricchezza dell’armamento nell’esercito romano.

Nel corso della Storia, ostentare ricchezza e un bell’aspetto è sempre stato uno dei mezzi utilizzati dall’umanità per mostrare materialmente il proprio status e il proprio potere.

A questo comportamento non sfugge nemmeno il mondo militare, particolarmente per quanto concerne il mondo antico, e ancor più in particolare quello romano. Se gli eserciti contemporanei hanno spesso delle tenute operative efficienti ma poco appariscenti, quasi totalmente sviluppate ai soli utilizzi pratici, nell’antichità i guerrieri e i soldati hanno utilizzato i mezzi più diversi per rendersi di aspetto vistoso e temibile sul campo di battaglia (creste, decorazioni, abiti di determinati colori, etc.).

Nel mondo romano, uno dei mezzi più immediati per mostrarsi temibili al nemico era quello di indossare il proprio equipaggiamento il più possibile tirato a lucido – una pratica che, del resto, non è assente anche in altre culture antiche: basti pensare a come i Romani di Crasso, a Carre, rimasero sbigottiti alla vista improvvisa delle luccicanti armature dei catafratti di Surena.

Non solo l’equipaggiamento lucidato e splendente costituiva un deterrente psicologico nei confronti del nemico, ma era anche un modo per il soldato di mostrare la sua marzialità ed efficienza.

Per esempio, così scrive Onasandro, nel suo Strategikós:

“Il generale dovrebbe impegnarsi a schierare la propria linea di battaglia risplendente nelle sue armature — cosa semplice, che richiede solo un comando per affilare le spade e pulire gli elmetti e le corazze. Poiché le compagnie che avanzano appaiono più pericolose a causa del luccicare delle armi, e la terribile vista incute paura e confusione nei cuori del nemico.”

(Strategikós, 28).

La necessità dello splendore, e quindi della pulizia, di armi e armature è ribadita più di una volta qualche secolo dopo anche da Vegezio:

“È il tribuno a essere lodato per la sua coscienziosità e duro lavoro, quando un soldato è immacolato nella sua uniforme, ben protetto e splendente nelle sue armi […]”

(Epitoma rei militaris, 2,12)

 

“[Il decurione fa sì che i suoi uomini] puliscano e abbiano cura frequentemente delle proprie corazze e protezioni, lance ed elmi. Il rifulgere delle armi incute una grande paura nel nemico. Chi può credere che un soldato sia bellicoso, se la sua disattenzione ha macchiato le sue armi di muffa e ruggine?”

(Epitoma rei militaris, 2, 14)

Il concetto è chiarito in modo esplicito anche nello Strategikon dell’imperatore Maurizio Tiberio (VI sec.), il quale non solo parla della necessità di coprire le armature con mantelli o simili, durante le ricognizioni, poiché potenzialmente visibili da lontano per via della loro lucentezza, ma anche della falsa credenza, apparentemente diffusa all’epoca almeno a livello popolare, che un esercito meno “lucente” fosse anche più vittorioso:

“Constatiamo che i Romani, come tutti gli altri popoli, quando osservano da lontano gli schieramenti altrui, in genere ritengono quello con l’aspetto più cupo come più vincente nelle battaglie rispetto ad uno con le armi risplendenti, anche se è un luogo comune errato […]”

(Strategikon, 7, B, 15)

 

Ph. Konomi/Viaromana

 

Le fonti antiche non si limitano poi a trattare il tema della pulizia e lucentezza dell’armamento dei soldati romani. Anche prescindendo dai resti archeologici di pezzi di armamento decorati e impreziositi da metalli pregiati (rientrano in questa categoria non pochi elmi “da truppa”), le fonti antiche ci illuminano anche sul fatto che i soldati Romani non si facessero nessun problema a scendere in battaglia con equipaggiamenti decorati, e il fatto che curassero molto la componente estetica del loro armamento.

Per esempio, così Svetonio, parlando di Cesare:

“Voleva anche che [i soldati] fossero ben equipaggiati, e dava loro delle armi decorate con oro e argento tanto per aumentare il loro prestigio quanto perché in combattimento fossero ancora più tenaci, spinti dal timore di perdere armi tanto preziose.”

(De Vita Caesarum, Cesare, 66-67)

Sulla forte valenza della componente estetica dell’equipaggiamento militare, il testo forse più chiaro a riguardo resta questo famoso passo, proveniente di nuovo dallo Strategikon di Maurizio che, a più cinquecento anni di distanza, è ancora in linea con le parole di Onasandro:

“Più di bell’aspetto è infatti l’armamento di un soldato, più fiducia egli guadagna in sé stesso, e maggiore timore incute al nemico.”

(Strategikon, I, 2)