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Imagines rievocatorum. Un guerriero lepontico del II-I sec. a.C. 814 483 Mattia Caprioli

Imagines rievocatorum. Un guerriero lepontico del II-I sec. a.C.

Per la nostra rubrica dedicata ai rievocatori, vi presentiamo oggi la ricostruzione di Valaunos, un ipotetico guerriero lepontico del II-I sec. a.C., a cura di Enrico Lanzalone, dell’associazione Insubria Gaesata, che ringraziamo per averci inviato foto e testo.

Nel II secolo a.C., ormai saldamente entrata nell’orbita della Repubblica Romana, l’area prealpina e alpina della “Insubria” storica incontra un rinnovato fiorire della cultura celtica, alimentato dai traffici commerciali con Roma e dai patti di foedus stipulati con la nuova superpotenza, rispettosi dell’integrità territoriali degli autoctoni. Per il popolo dei Lepontii, attestati nella parte settentrionale del lago Verbano, tra l’attuale Piemonte, Lombardia e Canton Ticino, inizia perciò una fase storica nuova, che si protrarrà fino all’epoca imperiale.

Divenuto un vivaio di alleati e ausiliari per le legioni romane, il territorio dei Lepontii, con le sue grandi necropoli di Giubiasco e Ornavasso, ha spinto il gruppo Insubria Gaesata nel ricostruire uno di questi guerrieri di alto rango, vista la grande quantità di materiale sopravvissuto ai millenni. Impersonato dal rievocatore Dott. Enrico Lanzalone, il nobile “Valaunos” indossa una serie di elementi che riconducono ai ritrovamenti di area lepontica, tranne nel caso della lorica e degli abiti, desunti dal raffronto di fonti esterne di matrice celtica.
I contesti bellici (che vanno dal II secolo fino al I secolo a.C.) in cui questo guerriero potrebbe essere stato impegnato sono teorici, ma plausibili: i conflitti contro i vicini Salassi, le guerre Cimbriche, la conquista della Gallia Narbonense, la guerra sociale. Specializzati nel combattimento in alta montagna, questi guerrieri confluiranno successivamente nelle Cohortes Alpinorum, mantenendo il proprio rilievo etnico con picchi fino al tardo antico (un signifer dei limitanei chiamato Lepontius è attestato al IV d.C.).

L’equipaggiamento difensivo del guerriero lepontico della ricostruzione si sostanzia di tre elementi fondamentali: lo scudo, la cotta di maglia e l’elmo.
Lo scudo è un thyreos rinforzato, decorato con vari simboli ricavati dalle numerose incisioni dell’età del ferro dell’alto Verbano e della Val Grande, nonché dal famoso tridente di “Borvus”, rappresentato nel bassorilievo di Bormio (V secolo a.C.). Il thyreos, seppur spesso non adatto a combattimento montani, è però una difesa comune nelle tombe di alto rango delle necropoli di Ornavasso e Giubiasco, forse anche simbolo di status.
La lorica hamata, modello non rivettato di III-II secolo a.C., non è attestata direttamente nel territorio di riferimento, tuttavia le fonti storiche, svariati ritrovamenti in contesti celtici transalpini e rappresentazioni artistiche di vario genere, fanno propendere gli studiosi non solo di un uso tra le classi agiate celtiche, ma anche un’introduzione da parti degli stessi nel panorama peninsulare.
L’elmo, un particolare modello gallo-italico alpino databile tra III e II secolo a.C., è una chiara rappresentazione etnica del guerriero, essendo stato ritrovato nella necropoli di Giubiasco, da cui il modello di elmo prende nome. Oltre a garantire protezione, un elmo così slanciato era un simbolo di status, nonché facilmente riconoscibile sul campo di battaglia dai sottoposti.

L’equipaggiamento offensivo si sostanzia in due elementi: lancia da urto e spada La Tène C, la prima basata sui numerosissimi ritrovamenti di punte e talloni di lancia nel territorio Lepontico, la seconda invece sul ritrovamento avvenuto a Cuvio (VA), del cui fodero tuttavia manca il puntale.
Il guerriero avrebbe completato la sua panoplia anche con pila (ritrovati nella necropoli di Ornavasso) e giavellotti con la punta lievemente bombata, non presenti nella ricostruzione presentata, come dai reperti della necropoli/deposito di Arsago Seprio. Immancabile è il cinto sospensorio per la spada in materia organica, uso comunissimo in tutto il versante prealpino specialmente in area lepontica, dove i foderi con catena non hanno invece successo.

Gli ornamenti completano la panoplia: bracciali in vetro, precedentemente di importazione ma già dal II secolo a.C. prodotti su spinta di imprenditoria italica lungo le sponde del Lago Maggiore; bracciale in ambra, immemore simbolo di opulenza nel mondo antico; e collana di vetro, con la tipica decorazione a occhio da sempre cara ai Celti. I Lepontii, nella loro funzione di passatori di Alpi, intessono contatti commerciali anche con i cugini transalpini: il torque ritorto di Valaunos è infatti di produzione transalpina e la collana con testa “lateniana” è basata su ornamenti di carro ritrovati in area cimbrica: un trofeo della grande vittoria contro i guerrieri del nord. Ultimo, ma non meno importante, è la fibula “Ornavasso”, un elemento di appartenenza etnica imprescindibile per gli abitanti delle valli lepontine.

Per la ricostruzione si ringraziano:

-Res Bellica, da cui sono stati forniti elmo, lorica, cinto, spada e calzature;

Insubria Gaesata, i cui membri hanno permesso di arrivare a questo risultato e di produrre numerosi elementi presenti, tra cui scudo e lancia;

-Daniele Giannotti, per l’impugnatura della spada;

-Serena, mia sorella, per le fotografie.

Dott. Enrico Lanzalone

Imagines rievocatorum. Un triario di II sec. a.C. 638 426 Mattia Caprioli

Imagines rievocatorum. Un triario di II sec. a.C.

Per la nostra nuova rubrica dedicata alle ricostruzioni dei rievocatori storici, vi presentiamo oggi la ricostruzione di un triario di II sec. a.C. a cura di Alessandro di Leva, del gruppo Legio VI Ferrata, che ringraziamo per le foto e il testo che ci ha inviato.

I triarii erano i soldati romani della terza linea di battaglia in epoca repubblicana, formata principalmente da veterani con molti anni di servizio sulle spalle. Il loro compito era quello di entrare in azione se le due precedenti linee avessero ceduto. Tito Livio ci riporta l’espressione latina “res ad triarios rediit” (“ridursi ai triarii”), usata dai Romani per indicare una condizione di estrema difficoltà.

Come testimonia Polibio, l’equipaggiamento militare di un triario del II sec. a.C. non era dissimile da quello di hastati e principes, fatta eccezione per la lancia (hasta) in luogo del pilum. Da altre descrizioni che fa dei soldati romani, Polibio ci rende noto che questi indossassero elmi di bronzo decorati con penne e che portassero uno scutum, avessero il gladius hispaniensis e che i soldati più ricchi e benestanti, come potevano essere i triarii, avevano la cotta di maglia invece di un più semplice cardiophylax.

L’elmo scelto per la ricostruzione è un apulo-corinzio, conosciuto anche come elmo etrusco-corinzio. Questa tipologia rievoca un passato di opliti greci ed etruschi, dei quali il triario, armato di lancia, ancora utilizza un simile modello di combattimento, pur non avendo più il pesante aspis tondo – questo viene infatti abbandonato probabilmente dal IV sec. a.C.
Inoltre, un elmo del genere nel II sec. a.C. era probabilmente un elmo percepito come di maggior pregio ed elaborato, rispetto ad altri modelli più comuni, e nell’arte spesso è associato a figure di un rango piuttosto alto. Non è quindi improbabile che un soldato con una certa disponibilità economica, come appunto un triario, avrebbe cercato di procurarselo.

Lo scutum è decorato con la rappresentazione di un gallo. Questo animale, sacro a Minerva, era considerato un portafortuna in ambito militare, poiché annunciava l’alba e la sua voce fungeva da sveglia.

Il cingulum indossato dalla figura, infine, è decorato con placche del tipo “Numantia”, dall’omonimo sito di rinvenimento in Spagna, datate proprio al II sec. a.C.

Un ringraziamento particolare a Max Berger per la collaborazione e l’aiuto nella ricerca e nello sviluppo di questa ricostruzione.

Ricostruire un guerriero ostrogoto 819 577 Mattia Caprioli

Ricostruire un guerriero ostrogoto

Gli Ostrogoti furono tra gli avversari per antonomasia dei Romani d’Oriente durante il VI sec., protagonisti della lunga Guerra Gotica in Italia (535-553).

La ricostruzione dell’equipaggiamento di un guerriero ostrogoto del VI sec. non è un’impresa facile: vista infatti la relativa scarsità di reperti chiaramente ascrivibili agli Ostrogoti, bisogna fare in gran parte affidamento sull’incrocio di disparate fonti (archeologiche, iconografiche e scritte), provenienti da contesti diversi, in modo particolare dall’impero romano d’Oriente.

Il vestiario

Escluse le componenti metalliche delle cinture e le fibule, non esistono reperti archeologici di vestiario ostrogoto.

La ricostruzione dell’abbigliamento dovrà pertanto partire da quelle fonti iconografiche, di produzione bizantina, nelle quali sono presenti figure di barbari che sono stati genericamente identificati come possibili “Germani”.

Le due principali testimonianze iconografiche sono il l’avorio Barberini (attribuibile all’epoca di Anastasio o Giustiniano) e il piatto di Isola Rizza (prima metà del VI sec.). Entrambe le opere mostrano dei barbari con indosso tuniche e larghi pantaloni con pezze decorative recanti motivi a losanghe.

Sia il tipo di abbigliamento che di decorazione, di probabile origine orientale, sono ampiamente testimoniati in tutto il bacino mediterraneo per tutto il VI e il VII sec.

Il taglio scelto per la tunica è ripreso da alcune tuniche rinvenute nella necropoli egiziana di Antinoopolis, che si caratterizzano per la presenza di gheroni sotto le maniche e lungo i fianchi. Anche la caratteristica decorazione “a T” è ripresa dalle fonti archeologiche, e confermata anche da molte fonti iconografiche.

Il taglio dei pantaloni è invece parzialmente ripreso sia da una serie di ritrovamenti in area germanica che di area egizia, che mostrano le stesse identiche caratteristiche. In accordo però con quanto mostrato dalle fonti iconografiche, abbiamo però deciso di non inserire lo spacco e i laccetti di chiusura presenti su tali reperti, circa all’altezza della caviglia.

Le decorazioni a losanga sono più che ampiamente testimoniate da reperti sparsi in musei di tutto il mondo, per la quasi totalità provenienti dall’Egitto bizantino.

Per quanto concerne la scelta della cintura, praticamente invisibile nelle fonti iconografiche di riferimento, abbiamo potuto fare affidamento su diversi reperti italiani, sia ostrogoti che bizantini, rinvenuti in particolare in Emilia Romagna e a Roma. Durante la prima metà del VI sec., la cintura più tipica indossata dagli Ostrogoti era solitamente caratterizzata da una fibbia con anello e ardiglione di semplice fattura, fissata al cuoio tramite una placchetta rettangolare.

Questa placchetta, come confermano i reperti archeologici – esemplari di questa tipologia sono stati rinvenuti anche a Roma -, poteva essere del tutto disadorna così come riccamente decorata. Un altro tipo di fibbia utilizzata, a partire dal secondo quarto del VI sec. e che poteva essere dotato o meno di placchetta, era il tipo ad anello massiccio con ardiglione a scudetto, modello che troverà ampia diffusione fino al VII secolo inoltrato.

Per la nostra ricostruzione, abbiamo optato per il primo tipo di fibbia. La cintura è stata poi adornata da un semplice puntale, senza decorazioni di sorta.

Infine, elemento di difficile ricostruzione sono le scarpe. Se dalle fonti iconografiche di riferimento risultano difficilmente leggibili, qualche dato in più lo possiamo ricavare da una fonte scritta bizantina, lo Strategikon, famoso manuale militare probabilmente redatto dall’imperatore Maurizio Tiberio (582-602). Nel capitolo dedicato alla fanteria, l’autore descrive delle scarpe di tipo gotico, “dotate di suole, con punte larghe, cucite semplicemente e con non più di due fibbie”.

Scarpe basse e di semplice fattura, prive di un sistema di chiusura o dotate al massimo di un paio di lacci, sono ampiamente testimoniate in ambito bizantino: particolarmente, un gran numero di queste calzature, forse assimilabili o somiglianti al tipo “gotico” descritto nello Strategikon, proviene dall’Egitto. Per la nostra ricostruzione, abbiamo optato per un modello che ricalca scarpe provenienti dalla necropoli di Antinoopolis.

Nella nostra ricostruzione di guerriero ostrogoto, abbiamo escluso il mantello. Questo sarebbe probabilmente stato molto simile al sagum militare romano, chiuso sulla spalla destra da una fibula a croce (conosciuta anche come fibula a balestra o a testina di cipolla).

La panoplia difensiva

Come usuale tra le popolazioni barbariche della tarda antichità, un armamento difensivo completo era appannaggio principalmente di personaggi di alto rango, i quali potevano permettersi un maggior sforzo economico, a partire dall’armatura.

La presenza di corazze tra i guerrieri ostrogoti è testimoniata sia dalle fonti scritte (Procopio di Cesarea, nella sua “Guerra Gotica”, menziona corazze in diverse occasioni, anche se però non ne specifica il tipo) che dal famoso medaglione di Senigallia, nel quale è rappresentato re Teoderico loricato – il sovrano ostrogoto indossa una corazza a scaglie dotata di pteryges, di derivazione romana.

Tuttavia, la corazza è un elemento che sarebbe stato probabilmente ben poco visibile in un esercito ostrogoto, e che del resto non è neppure indossata dai due guerrieri del piatto di Isola Rizza. Per la nostra ricostruzione abbiamo quindi optato per escluderla del tutto.

Forse più accessibile era l’elmo. Lo spangenhelm in ferro era l’elmo più diffuso nel bacino mediterraneo nel VI sec. d.C., utilizzato tanto dagli Ostrogoti quanto dai Romani d’Oriente.

Questa tipologia di elmi è caratterizzata da una calotta usualmente di forma ogivata, costituita da quattro o sei “spicchi”, uniti tra loro grazie ad altrettante bande verticali rivettate, a una piastra apicale e a una fascia lungo la linea della fronte.

Nella nostra ricostruzione di guerriero ostrogoto, abbiamo scelto la riproduzione di uno spangenhelm rinvenuto a Sinj, in Croazia. L’elmo è databile al VI sec., ed è probabilmente una produzione bizantina.

A completare la panoplia difensiva del guerriero ostrogoto era lo scudo, in realtà la componente principale del suo equipaggiamento militare, insieme alla lancia.

Lo scudo era tondo – o forse anche ovale, come testimonierebbe la rappresentazione sul piatto di Isola Rizza – e presentava a protezione della mano un umbone a punta, una tipologia particolarmente diffusa durante il VI sec. ma già presente almeno dal IV sec. d.C.

Le armi

Come per la maggioranza dei guerrieri della tarda antichità, l’arma principale del guerriero ostrogoto era la lancia. Non avendo reperti o immagini sicure di riferimento, per la nostra ricostruzione abbiamo scelto una semplice punta a foglia lanceolata, una tipologia abbastanza diffusa sia tra i Romani d’Oriente che tra altre popolazioni germaniche del periodo, come i Longobardi.

Come arma da fianco per il nostro guerriero ostrogoto, abbiamo optato per una spatha. Nel VI sec. d.C. sono diffuse sia spathae con else del tutto organiche che con else miste, composte da legno o corno e guarnizioni metalliche. La spatha era un’arma utilizzata anche dagli Ostrogoti, come dimostrano le descrizioni di Procopio di Cesarea, la rappresentazione del piatto di Isola Rizza e alcuni rinvenimenti archeologici di area italiana.